Trump e l’Africa

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Al netto di una rapida soluzione degli scenari di guerra che infiammano Europa e Medio Oriente, la madre di tutte le domande sulla politica estera statunitense è: che cosa cambierà con la gestione del nuovo presidente Trump nei rapporti con il Continente africano?

Consenso a Trump

L’Africa sarà sempre più espressione del Sud globale, potendo rivendicarne la leadership politica grazie anche alle strategiche materie prime del sottosuolo a cui nessuna potenza mondiale può oggi rinunciare. E sarà quindi difficile ignorarla per i grandi player internazionali. I suoi mercati (con relativi investimenti) rappresentano un fondamentale terreno di confronto-scontro tra Pechino (principale attore economico nel continente) e Washington.

Trump non potrà più ostentare il disinteresse nei confronti dell’Africa di cui ha fatto volgare sfoggio durante il suo primo mandato perché da allora molte cose sono velocemente cambiate. Innanzitutto, in Africa.

Interessante l’analisi di Martin Kimani, ex ambasciatore del Kenya presso le Nazioni Unite, che afferma: «Trump rappresenta una vasta fascia di cittadini che non si sente rappresentata dalle istituzioni e dai politici che fino a ora hanno governato gli Stati Uniti. Molti africani vogliono a loro volta fare piazza pulita dei propri sistemi politici e in qualche modo le tendenze di Trump si adattano molto bene alla volontà della popolazione africana».

Secondo Kimani, dunque, il nuovo presidente USA è visto come il leader che si oppone all’establishment e tanto basta per alimentare, anche in alcuni settori dell’opinione pubblica africana, l’idea di un politico non più percepito come un esponente di quella famelica classe dirigente che per troppi anni ha depredato il Continente, ma anzi riconosciuto come contiguo a molti di coloro che vorrebbero una svolta radicale della politica africana.

Gli eventi in corso nella Regione del Sahel ne sono una indiretta testimonianza. L’appoggio popolare ai golpisti (che con il fondamentale aiuto militare dei russi hanno scalzato la vecchia nomenclatura da sempre al servizio della Francia) dimostra la forte volontà di cambiamento, sottratta alle logiche politiche e ideologiche imposte dal mondo ricco. Se questa analisi fosse corretta (anche solo in parte) bisognerebbe prendere atto che è in corso un profondo cambiamento. Del resto negli ultimi decenni le Chiese pentecostali statunitensi hanno messo solide radici in Africa, associandosi ad alcune delle Chiese indipendenti nate nel continente nell’epoca post-coloniale.

«Molto del supporto di cui Trump gode negli Stati Uniti viene dalle comunità pentecostali e non poche di queste comunità hanno legami profondi con comunità cristiane che operano in Africa» ha aggiunto Martin Kimani.

Lo scacchiere di una competizione globale

Un primo banco di prova è costituito dalla scadenza nel 2025 di AGOA (African Growth and Opportunity Act), un accordo che dal 2000 consente ai Paesi africani di esportare alcuni prodotti negli USA con grandi sgravi fiscali.

Nel precedente mandato Trump aveva dichiarato che il programma non sarebbe stato rinnovato alla scadenza. Anzi nel corso dell’ultima campagna elettorale si è detto pronto ad aumentare le tasse sui prodotti esteri: se questa decisione fosse confermata per gli esportatori africani sarebbe una battuta d’arresto.

Il primo (e ultimo) viaggio nello scorso dicembre del presidente Biden in Africa ha rappresentato una sfida alla Cina con il sostegno al Corridoio di Lobito, un faraonico progetto infrastrutturale che punta a collegare le ricchezze minerarie per la transizione ecologica (in particolare per costruire auto elettriche) di Angola, Repubblica democratica del Congo e Zambia al mare: un investimento di svariati miliardi di dollari.

L’approccio di Trump al Continente potrebbe caratterizzarsi con la firma di accordi bilaterali con i Paesi, una strategia di corto respiro che gli consentirebbe certamente di incassare risultati immediati da sbandierare ma essendo priva di una visione ampia taglierebbe fuori Washington dalla contesa con Pechino e Mosca che puntano invece sul lungo periodo.

Non solo ma questo modus operandi potrebbe aggravare le fragilità dei rapporti tra USA e Africa. Oggi più che mai gli africani chiedono concretezza più che paternalismo basato su aiuti umanitari. L’Africa è lo scacchiere di una competizione globale: qui si gioca il futuro del nuovo ordine mondiale in costruzione. Non sono permessi errori, almeno non per la seconda volta.

Enzo Nucci, giornalista, è stato corrispondente della RAI per l’Africa subsahariana. Pubblicato sul sito della rivista Confronti, il 7 gennaio 2025

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