È in corso di approvazione, dopo il Senato anche alla Camera, il decreto del Governo che proroga al 31 dicembre 2025 gli aiuti militari all’Ucraina. Al Senato il provvedimento è passato con 123 voti a favore, 25 contrari, 1 astenuto. Abbiamo chiesto a Gianni Alioti, già sindacalista CISL nel settore dell’industria delle armi e ora attivista di The Weapon Watch (Weapon Watch), di fare un po’ di luce sull’intera vicenda. L’intervista è curata da Giordano Cavallari.
- Caro Gianni, cosa è possibile sapere delle armi fornite dall’Italia all’Ucraina?
Dopo l’autorizzazione del 23 dicembre 2024 – decimo pacchetto di invio di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative ucraine, con contenuto classificato «segreto» – Camera e Senato stanno approvando, a larga maggioranza, la proroga degli aiuti fino a tutto il 2025. Nonostante le nuove armi che l’Italia invierà in Ucraina continuino, come le precedenti, ad essere secretate, l’ipotesi che circola è che si tratti di nuovi munizionamenti, gruppi elettrogeni e missili per i sistemi di difesa antiaerea Samp-T. Due di questi sistemi italo-francesi sono già stati forniti: il primo a inizio-guerra e il secondo col nono pacchetto del luglio scorso.
È, quindi, probabile che l’Italia fornisca ora anche i missili Aster 30 – del valore di 2 milioni di euro l’uno – che hanno una gittata di 120 chilometri, insieme ad altri tipi di munizionamenti relativi al sistema Samp-T. Non è dato di sapere se questi due sistemi di difesa antiaerea siano in condizione di colpire – quindi di «offendere» – in territorio russo: dipende dal posizionamento da cui l’esercito ucraino intende impiegarli. Lo scorso aprile, l’Italia aveva fornito a Kiev anche i missili da crociera Storm Shadow-Scalp – del valore di 2,5 milioni di dollari l’uno – che possono arrivare colpire a una distanza di 550 chilometri, quindi, potenzialmente, anche gli obiettivi in territorio russo.
- Negli altri Paesi europei e occidentali c’è maggiore trasparenza circa le armi trasferite?
Nella maggior parte dei Paesi appartenenti all’Alleanza Atlantica, l’invio delle armi in Ucraina, sin dall’inizio, non è stato vincolato al segreto militare come in Italia. Per quanto ci riguarda, la decisione è stata presa dal Governo Draghi, decisione a cui si è attenuto anche l’attuale Governo col ministro della Difesa, Guido Crosetto.
Il fatto che nel nostro Paese non si rendano pubbliche queste informazioni – senza che ci siano ragioni plausibili sul piano della sicurezza – costituisce indubbiamente un vulnus alla trasparenza e al controllo democratico delle scelte del potere politico.
Come ha da sempre denunciato la Rete italiana Pace e Disarmo «la segretezza rende opaco il dibattito interno. Meno se ne sa, meglio è». È peraltro noto che la maggioranza degli italiani è contraria all’invio di armi in Ucraina. Perciò, non penso che la scelta sia stata presa in ambito militare, ma sia la dimostrazione dell’opportunismo politico – in questo caso bipartisan – dei Governi che si sono succeduti.
- In Italia sappiamo quali percorsi abbiano fatto o facciano queste armi?
La nostra organizzazione The Weapon Watch nasce, proprio, quale Osservatorio sul transito di armi nei porti europei e mediterranei. Dall’inizio della guerra in Ucraina, ci siamo occupati della rete logistica che sostiene il trasferimento. Oggi sappiamo – attraverso il Dipartimento di Stato americano – che l’invio di armi in Ucraina è iniziato sin dal settembre 2021.
A inizio marzo del 2022, abbiamo documentato la partecipazione dell’Aeronautica Militare Italiana, con l’impiego di C-130J Hercules e di Boeing 767, al gigantesco ponte aereo in atto con l’aeroporto polacco di Rzeszów-Jasionka, principale hub per gli armamenti e i munizionamenti destinati all’Ucraina.
Il coordinamento dei voli dei cargo militari provenienti da Regno Unito, Belgio, Spagna, Francia, Canada ecc. era e resta sotto comando statunitense. Gli aeroporti italiani coinvolti sono quelli militari di Pratica di Mare, Verona-Villafranca e, soprattutto, Pisa.
La catena logistica incentrata sul polo di Rzeszów – insieme alla buona tenuta del sistema ferroviario ucraino in direzione di Cracovia-Breslavia-Dresda-Amburgo e di Cracovia-Brno-Vienna, soprattutto dopo la graduale chiusura dei porti sul Mar Nero – ha rafforzato le alternative su ferro o quelle combinate ferro-strada, anche per materiali di armamento provenienti da sud, attraverso il porto greco di Alexandroupoli.
Al collegamento ferroviario da Alexandroupoli attraverso la Bulgaria e la Romania si affianca quello che origina dai porti adriatici di Capodistria (Slovenia) e di Trieste, per raggiungere il confine ucraino attraverso Austria e Slovacchia.
Molti lettori ricorderanno le foto e i video di passeggeri in transito dalle stazioni ferroviarie venete e friulane, scattate o ripresi sui treni merci diretti verso i valichi del Tarvisio e di Villa Opicina: trasportavano cingolati e blindati militari con vecchi obici dismessi, provenienti dal “cimitero” di carri armati di Lenta (Vercelli).
- Ci è stato detto che si tratta di armi difensive. Qual è il discrimine tra armi offensive e difensive? E chi vigila?
Disquisire tra armi difensive e offensive è una questione, come si usa dire, di “lana caprina”. Facciamo l’esempio dei missili da crociera Storm Shadow-Scalp, forniti dall’Italia. Questi possono colpire a distanze di 550 chilometri: che siano offensivi o meno non dipende dalla natura del missile in sé, ma se questo è usato per colpire obiettivi militari sul suolo russo.
L’Ucraina a novembre 2024 ha lanciato per la prima volta i missili Storm Shadow-Scalp colpendo obiettivi militari nella regione russa di Kursk. L’attacco è avvenuto dopo l’autorizzazione della Gran Bretagna ad usare tali missili anche oltre confine. La risposta di Mosca non si è, naturalmente, fatta attendere, con l’avvertimento che la Russia «risponderà contro i Paesi Nato che facilitano gli attacchi missilistici ucraini a lungo raggio contro il territorio russo». È chiaro che questa è una escalation militare che rischia di trascinare il mondo intero verso la guerra globale.
Nessuno può affermare di essere in grado di sorvegliare e garantire che il limite – tra difesa e offesa – non sia superato. Quanto qui affermo, vale, evidentemente, per la maggior parte dei sistemi d’arma, in cui confine tra difensivo ed offensivo è molto labile o aleatorio, inesistente.
- Sono state mandate, dunque, armi vecchie e armi nuove: armi già in dotazione all’esercito italiano, acquistate nella circostanza, prodotte in Italia e da quali aziende?
Secondo le indiscrezioni – pubblicate da quotidiani e/o da riviste specializzate di settore – sin dalle prime settimane dall’invasione russa, l’Italia ha inviato all’Ucraina dispositivi di protezione come elmetti e giubbotti, munizionamento di diverso calibro, mitragliatrici leggere e pesanti (MG 42/59), mortai, sistemi anticarro (Panzerfaust) e antiaereo (Stinger), 120 obici semoventi M-109L da 155 mm; sistemi anti-aereo Skyguard e Spada basati sui missili Aspide, missili anticarro Milan, veicoli blindati Lince, sistemi di artiglieria in dotazione, come gli obici trainati (FH-70) e semoventi (PzH 2000).
In questo elenco, escludendo gli ultimi sei sistemi d’arma citati, le altre forniture sono “roba vecchia”, non più in dotazione da anni alle forze armate italiane. Addirittura, alcuni di questi residui di magazzino – in base al trattato del 1992 sulla riduzione degli armamenti convenzionali in Europa – dovevano già essere demoliti da tempo, e non conservati in violazione degli accordi.
Mentre i costosissimi sistemi Samp-T con i relativi missili Aster, i missili da crociera Storm Shadow-Scalp e i missili anticarro Milan, sono realizzati da un consorzio italo-francese, composto dalla MBDA – società europea controllata da Airbus, BAE Systems e la italiana Leonardo – e dalla francese Thales; i veicoli blindati Lince sono prodotti dall’italiana Iveco Defence Vehicles; gli obici trainati FH-70 sono frutto di una cooperazione tra Germania, Gran Bretagna e Italia che coinvolge la Rheinmetall, la BAE Systems e ancora la Leonardo, mentre quelli semoventi PzH 2000 sono realizzati dal consorzio tedesco formato da Krauss-Maffei Wegmann (ora KNDS) e Rheinmetall: in Italia sono stati prodotti su licenza dal consorzio Iveco-OtoMelara (Exor e Leonardo).
Per quanto riguarda, invece, mitragliatrici e armi leggere, equipaggiamenti e munizionamento, non disponendo dei relativi elenchi di quantità e tipologie fornite, non possiamo risalire ai singoli produttori, ma possiamo supporre che la loro produzione sia per lo più made in Italy.
- Sappiamo a che titolo siano state trasferite queste armi: donazione, prestito, normale vendita/acquisto?
La cessione di mezzi, materiali e armamenti all’Ucraina – oltre a ciò che appartiene alla sfera economico-finanziaria e umanitaria – da parte dei Paesi europei, in base al linguaggio burocratico dei decreti, avviene «a titolo non oneroso per la parte ricevente (cioè il governo ucraino)». Sono in pratica donazioni.
La UE contribuisce con un fondo a cui concorre anche il nostro Paese, chiamato in modo orwelliano «Strumento europeo per la pace», con una dotazione di 6,1 miliardi di euro, a cui si aggiungono altri 5 miliardi di euro per il sostegno complessivo all’Ucraina. Si stima che il sostegno globale alle forze armate ucraine da parte di UE e Stati membri ammonti, ad oggi, a 47,3 miliardi di euro. Una cifra enorme.
All’esercito di Kiev non sono arrivati soltanto vecchi carri armati o nuovi e costosissimi sistemi missilistici quali aiuti degli Stati, ma anche altro materiale bellico – soprattutto munizionamento e sistemi anticarro e antiaerei – venduto autonomamente da aziende private che operano nel nostro Paese. L’Ucraina è diventata un nuovo cliente per l’industria bellica italiana: il secondo in assoluto, dietro la Francia, con acquisti per 417 milioni di euro nel 2023; nei prossimi mesi sapremo se nel 2024 si sarà verificato un ulteriore incremento.
Le licenze per l’export – autorizzate in base alle proroghe della Legge 185/90 – includono due batterie antiaeree e anti-droni tipo Oerlikon Skynex, prodotte da Rheinmetall Italia e del relativo munizionamento da 35mm prodotto da RWM Italia (entrambe controllate dal gruppo tedesco Rheinmetall) per un valore complessivo di 153,4 milioni di euro. A ciò si aggiungono apparecchiature elettroniche e apparecchiature per la direzione del tiro vendute da Leonardo; veicoli blindati (Iveco Defence Vehicles); agenti tossici, chimici, biologici; esplosivi e combustibili a uso militare.
Ma non è finita qui. Un’inchiesta esclusiva condotta da Altreconomia e dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia (Opal), ha svelato che nel 2022-2023 sono state autorizzate alla azienda italiana MES (Meccanica per l’Elettronica e Servomeccanismi) licenze per l’export alla Slovacchia di munizionamento per obici da 155 mm: in realtà la destinazione finale è stata l’Ucraina, attraverso una triangolazione che parte da Nuova Delhi, passa per Roma e Bratislava, e arriva a Kiev. Al centro di questo schema di triangolazione c’è appunto la MES, partner di AID (Agenzia Industrie Difesa), un ente pubblico controllato dal Ministero della difesa italiano.
A conferma che Papa Francesco non parla a vanvera quando afferma che «dietro le guerre c’è l’interesse dell’industria delle armi», la MES, grazie a questi commerci, ha registrato una crescita esponenziale dei suoi affari. I suoi ricavi sono passati dai 37,8 milioni di euro nel 2021 ai 77,3 milioni di euro nel 2022, fino a schizzare a quota 144,6 milioni nel 2023. L’utile, nello stesso periodo, è passato in milioni di euro da 7,3 (2021) a 21,1 (2022), fino a 32 (2023). Cifre smisurate per una piccola azienda che impiega a Roma 105 dipendenti.
- Assieme alle armi e ai sistemi d’arma sono stati mandati istruttori, ovvero sono stati preparati in Italia anche militari ucraini?
Assieme ai materiali di armamento e ai sistemi d’arma di produzione occidentale, il Consiglio Europeo nel novembre 2022 ha avviato una missione di assistenza militare alle forze armate ucraine, chiamata EUMAM. A un anno dall’avvio della missione, sono stati formati, attraverso corsi individuali e collettivi gestiti da personale militare specializzato, circa 70.000 soldati ucraini; altri 75.000 saranno formati entro la fine dell’inverno 2025.
Le attività formative si svolgono sia in una struttura multinazionale creata ad hoc in Polonia, sia attraverso un centro responsabile delle attività di addestramento in Germania e di coordinamento in altri paesi UE, compresa l’Italia. Gli equipaggiamenti e gli armamenti necessari all’addestramento delle forze armate ucraine, sono forniti dagli Stati membri UE, mentre i costi comuni e le misure di assistenza ai corsi di formazione sono finanziati – per un totale di 362 milioni di euro – dallo «Strumento europeo per la pace», appunto.
L’opacità con cui il Governo italiano gestisce il «dossier Ucraina», non ha impedito che si scoprissero contingenti militari ucraini in addestramento nel nostro Paese: da quelli ripresi a Sabaudia (Latina), presso il Comando artiglieria dell’Esercito, mentre stavano apprendendo l’uso del sistema missilistico di difesa aerea Samp-T, o quelli in esercitazione su mezzi blindati Puma in uso all’esercito italiano, in un poligono di tiro nel viterbese; da quelli addestrati a Roma sulle batterie anti-aeree Oerlikon Skynex alle unità anfibie d’élite delle forze armate ucraine formate a Brindisi dalla Brigata Marina San Marco; sino all’addestramento del personale della Guardia Costiera ucraina nei centri di formazione delle Capitanerie di Porto di Genova e di Messina.
- Le armi fornite dal nostro Paese hanno effettivo peso nella guerra in Ucraina?
Difficile poterlo calcolare in assenza di un’informazione precisa sulle armi fornite e sul loro effettivo impiego sul campo. Sono contrario ad avventurarmi – come fanno molti opinionisti – in ambiti che non conosco e sui quali non ho specifiche competenze.
Mi sento, tuttavia, di affermare – non come esperto di guerra o di strategie militari, ma come semplice osservatore – che il continuo flusso di armamenti e di munizioni dal nostro Paese verso l’Ucraina non ha cambiato significativamente il corso e, probabilmente, l’esito del conflitto; al contrario, mi sembra abbia fatto pagare un prezzo molto alto alla popolazione civile e aumentato a dismisura il numero di soldati morti e feriti al fronte. L’unica cosa certa è che l’industria bellica italiana ha fatto affari.
Non tutti sanno che, durante questi tre anni di guerra, ci stati luoghi in cui russi e ucraini – da nemici – si sono comunque ritrovati ospitati sotto gli stessi capannoni delle più grandi fiere internazionali di armamenti, da Ryad a Doha, sino all’ultima sede mondiale di Eurosatory a Parigi nel giugno scorso. L’industria bellica vola e fa grandi affari, corteggiata e sostenuta dai mercati finanziari.
- Il Presidente di Pax Christi mons. Ricchiuti, insieme ad altre figure di spicco, si è fatto promotore di un appello per la sospensione della fornitura di armi’all’Ucraina (cf. qui sul sito di Pax Christi). Cosa ne pensi?
Ho personalmente sottoscritto l’appello e contribuito alla sua diffusione, seppure abbia espresso agli estensori e promotori del testo alcune critiche di merito.
Nonostante il mio disincanto rispetto all’orientamento della maggioranza dei parlamentari dei partiti di governo e di opposizione, penso sia importante far arrivare nei palazzi del potere politico una testimonianza di dissenso.
In questi giorni la Camera dei Deputati sta esaminando e voterà il nuovo decreto governativo, già approvato al Senato, che autorizza l’invio di ulteriori forniture di armi all’Ucraina per tutto il 2025, senza neppure sollevare il velo della segretezza.
L’appello, inviato come petizione popolare ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione, ha quindi il merito di portare nelle aule parlamentari la voce della maggioranza assoluta della popolazione in Italia, che continua a esprimere il suo rifiuto alla guerra e alla prosecuzione dell’invio delle armi.
- È possibile porsi analoghe domande per le forniture allo Stato di Israele?
Penso proprio che sì, con un aggravante: mentre, nel caso dell’Ucraina, c’è stato un rispetto formale della legislazione e delle procedure istituzionali, sia pure con la grave mancanza di trasparenza che ho cercato di spiegare, per le armi ad Israele siamo in presenza di un evidente «negazionismo» da parte delle istituzioni e delle imprese italiane coinvolte – con molta ipocrisia – in palese violazione della Legge 185/90 «sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento».
La Legge prevede, infatti, che: «L’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono altresì vietati: a) verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere».
Se nel caso dell’Ucraina la cessione non onerosa e la vendita di armi, hanno fatto salvi gli obblighi dell’Italia nei confronti della Nato e della UE – e hanno richiesto specifiche delibere del Consiglio dei ministri e l’approvazione parlamentare –, nel caso di Israele non c’è stata alcuna deliberazione in tal senso.
Al contrario, dopo il 7 ottobre 2023, il Governo ha dichiarato di aver «sospeso le vendite di armi ad Israele». In realtà il trasferimento di materiali di armamento e tecnologie a uso militare è continuato per tutto il 2023 e 2024: 1) sulla base di autorizzazioni all’export concesse negli anni precedenti; 2) con la presenza diretta di Leonardo nel mercato israeliano (tramite Leonardo DRS), dopo l’acquisizione dell’azienda israeliana Rada Electronic; 3) con «triangolazioni», come per la fornitura dei cannoni navali 76/62, prodotti negli stabilimenti Leonardo di La Spezia (ex-Oto Melara) per armare le nuove corvette della classe Sa’ar 6 realizzate dalla società tedesca ThyssenKrupp Marine Systems. I cannoni navali sono stati venduti formalmente agli Stati Uniti che li ha dirottati a Tel Aviv, garantendo a Leonardo ricavi per 440 milioni di dollari.
@Anima errante. Vero quanto dice, ma al di là delle facili ironie è chiaro che disilluse le prime parole sono state logicamente disilluse pure le seconde e se ce ne meravigliamo siamo ottusi, sciocchi o in malafede.
Si, ma cosa c’entrano gli ucraini? Se la Russia ha dei conti in sospeso con la NATO se la deve prendere con l’organizzazione, non mettersi a devastare un paese terzo
Il discorso avrebbe senso se gli Ucraini non amoreggiassero da decenni con la NATO, domandando in continuazione l’adesione all’alleanza, in barba ad i protocolli di ingresso, rendendo disponibile il loro territorio, se non ne utilizzassero le armi, gli apparati, gli istruttuori, l’intelligence. Ricordiamo Rapid Trident, tra le tante: si tratta di esercitazioni militari congiunte di Ucraina, USA e NATO svoltesi in territorio ucraino nel settembre 2021. Quindi, fattualmente, la NATO è presente in Ucraina da prima dell’avvio del conflitto. Questi sono i fatti documentati. Gli arsenali delle nazioni europee aderenti NATO sono stati svuotati rifornendo Kiev, arrivando alla, o sotto, la soglia strategica. Nel caso italiano, anomalo nell’anomalia generale, come ben presenta l’articolista, non solo come noto non è stato domandato se si fosse d’accordo relativamente all’invio, violando di fatto la Costituzione, ma neppure è stato possibile sapere cosa sia stato inviato, pur essendo i soggetti paganti. Quando la Russia, quindi, attacca l’Ucraina, di fatto combatte contro la NATO, anche perché sola non avrebbe potuto sostenere che poche settimane di conflitto. Una superpotenza non può accettare che le propria aree di influenza ed interesse strategico siano messe in discussione, sennò è guerra. Questo vale per la Russia, ma anche per gli USA e per la Cina. Mi spiace sinceramente per l’Ucraina, ma credere che la Russia avrebbe permesso l’ingresso dell’Occidente senza batter ciglio è stato un grave errore del quale la politica nazionale dovrà prima o poi rispondere. Era tutto abbastanza prevedibile, nelle modalità e negli esiti. Unica opportunità sarebbe stata una presa di posizione ancora più frontale dell’Alleanza Atlantica, ma sappiamo che questo avrebbe significato la terza guerra mondiale, che nessuno di noi vuole, anche perché non ha alcun motivo di calarvicisi.
Immaginare invece che con armi, strumenti di morte e terrore, si possa costruire pace è un paradosso logico che manifesta ignoranza o idiozia; la storia lo sconfessa. “Si vis pacem, para bellum”, si diceva circa duemila anni fa; eppure, mi corregga se sbaglio, sulla scorta di quell’approccio, da allora, i conflitti e gli abomini che li hanno acompagnati mi pare abbiano portato in direzione contraria. Tutto è mancato ai popoli nei millenni, ma non le armi e non si è ottenuto il risultato di pacificare, per evidenza.
Il nostro tempo, particolarmente, ha dimenticato la diplomazia, ovvero la possibilità di dialogare e risolvere le controversie ricomponendo, non frammentando; mi pare tuttavia che si sia sistematicamente perseguito un obiettivo diverso da questo, inventando narrazioni propagandate in modo tale da rendere la guerra ineludibile e giusta, arrivando a dargli un giustificativo morale, dove non potrà mai essere morale, altro paradosso logico, togliere la vita ad un proprio simile.
La guerra è antica quanto l’uomo. La prima guerra è narrata dalla Bibbia e vide Caino prevalere su Abele. Non mi risulta che a quei tempi ci fossero mercanti di armi: probabilmente bastò una pietra o un bastone ad armare il vincitore.
Il problema vero è che le armi sono oggetti il cui uso (buono o cattivo) dipende dall’uomo. In quest’ottica il tanto vituperato “si vis pacem, para bellum” (che in termini più tecnici si chiama DETERRENZA) ha evitato chissà quanti conflitti.
Certo se l’Ucraina avesse rinunciato ad opporsi all’annessione da parte di una Federazione Russa con velleità neo imperiali si sarebbe evitato un conflitto ma la pace che ne sarebbe derivata somiglia più a quella dei cimiteri o del gulag. San Paolo VI disse che “se vuoi la pace devi operare per la giustizia”. E una giustizia negata può giustificare l’uso delle armi.
Vede le velleità neo imperiali russe e non quelle neo coloniali occidentali. Siamo alle solite banalizzazioni. Lo sanno anche i sassi che tutte le grandi potenze hanno aree di influenza ed interesse strategico che non possono essere messe in discussione senza rischiare una guerra. Mi spiace dover richiamare il semplice esempio riportato da tanti osservatori, ovvero che se la Russia avesse tentato di mettere un alluce in Messico la reazione USA sarebbe stata ben più violenta. L’Occidente ha con tutti mezzi, dal 2014 in avanti, cercato di “abbaiare ai confini della Russia”, lo ha detto il Papa, non un pericoloso estremista bolscevico. Ecco le conseguenze.
Che le armi siano oggetti il cui uso, buono o cattivo, dipenda dall’uomo mi sembra una sciocchezza. Una zappa può essere uno strumento che ha queste qualità, con essa in effetti si può smuovere la terra o rompere il cranio a qualche ignorante, ma cosa si possa fare di buono con un oggetto pensato per distruggere o annientare una vita mi sfugge. E’ l’intenzione che sta nella realizzazione dell’oggetto che dobbiamo considerare, non l’uso che in via ipotetica se ne potrà fare, perché è evidente che in tal modo tutto può diventare arma e ogni arma può diventare altro. Chi ha pensato alla zappa voleva coltivare meglio il suo campo; chi ha pensato ad un missile non voleva rassettare l’aia. Può essere interessante riprendere il percorso di Oppenheimer, tanto per citare uno dei più famosi tra i “pentiti” della storia.
Il principio di deterrenza, per ora, ha funzionato soltanto in relazione al possesso dell’arma nucleare; questo ha portato nazioni politicamente instabili come il Pakistan o governate da pericolose dinastie come la Corea del Nord a cercare strenuamente di munirsene. Altre nazioni come l’Iran, ad esempio, rincorrono l’arma per garantirsi dalla possibile aggressione occidentale. Fatico a comprendere come il proliferare di tali si tuazioni possa essere rassicurante; mi pare evidente che più stati saranno armati nuclearmente più probabile sarà un uso improprio, voluto o casuale, dell’arma che, come sappiamo, determinerà una catena di eventi che porterà alla distruzione totale.
Chi sa perchè il bullismo nelle scuole e nei giochi dei ragazzi ha come vittima il più debole e indifeso? Non è per caso perchè è senze le “armi”?! E’ facile pontificare sulla pelle degli altri!
Cosa significa? Secondo questa logica, si dovrebbero fornire armi al debole, chiamiamolo soggetto “A” per renderlo più forte del soggetto forte che chiameremo per convenzione “B”. Dopo il nostro intervento, però, quello che era il soggetto forte all’inizio del percorso “B” sarà più debole di colui che era il debole “A”. Ora che si fa? Forniamo altri strumenti al forte divenuto più debole “B”, così da farlo diventare più forte del debole che abbiamo rinforzato “A”e che ora lo minaccia? Questa è una ricorsione paradossale nella quale c’è un unica conseguenza: l’escalation della violenza. Vogliamo questo? Ci piace vedere morti e distruzione? Se sì, possiamo tranquillamente continuare con la ricorsione sopra.
Non faccia questi giochi inutili e sterili: basta guardare la storia e la natura delle nazioni, l’Ucraina non solo non ha mai dato fastidio ai propri vicini ma aveva pure rinnunciato alle armi atomiche che aveva chiedendo le garanzie per la propria incolumità, fornirle aiuto militare è un dovere morale dell’Europa (cfr. il commento di Giovanni!). La storia della russia è un continuo di guerre con i vicini più deboli e solo alleanza con la Nato ha salvato i paesi Baltici, quindi le armi sono davvero un deterrente alla guerra.
Io non gioco affatto, semmai uso la logica e non faccio propaganda senza argomenti come lei. Doveri morali? Il potere e le economie non si giocano su questioni morali, che peraltro non possono essere condivise perché ci sono culture per le quali è morale ciò che è immorale per altre, quindi bisognerebbe finirla di tirare fuori questa scemenza, che può andare bene somministrata a degli ignoranti, ma non ha chi abbia una pallida idea di come funzioni la politica internazionale. Quante guerre sono in corso, oggi, al Mondo. 56, per poi aggiungervi una serie di conflitti minori. Come mai, dovendo ragionare in termini morali, non abbiamo aiutato altri invasi o vessati? Ovvero, lo dico in altri termini, la nostra morale va a corrente alternata? In che occasioni la usiamo e soprattutto perché non la usiamo in altre assolutamente simili?
Noi, come Occidente, non abbiamo alcun dovere nei confronti dell’Ucraina, né fattuale, tantomeno morale. Non ci lega nessun trattato, nessun patto, nessun partenariato, nulla di nulla, tanto che tutti i nostri governi hanno fornito armi e danaro violando le costituzioni nazionali e senza interpellare i propri popoli. Nessuno ci ha chiesto come la pensiamo nel merito e la politica ben si è guardata da fare referendum puntuali, perché sarebbero stati persi.
L’Ucraina non ha rinunciato alle armi nucleari, non diciamo sciocchezze. Alla dissoluzione dell’URSS semplicemente ne è stata privata; chi aveva posto le armi se le è riprese.
Posso comprendere l’astio di parte delle nazioni che furono sotto l’egemonia sovietica, non tanto le repubbliche dell’unione, quanto le nazioni nel patto di Varsavia, ma quanto è successo dalla dissoluzione URSS è che la maggior parte di esse sono entrate nella NATO contravvenendo promesse politiche note. L’Ucraina è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non si può giocare con una superpotenza, provocandola in continuazione, senza immaginare che ad un certo punto l’equilibrio si rompa. Non è difficile da capire.
Promessa verbale degli USA di non fare entrare quelle nazioni nella NATO: assolutamente vincolante
Vari trattati in cui la Russia dichiara che non aggredirá l’Ucraina e in cui ne riconosce i confini: non vincolanti
Postulare che la pace sia messa in pericolo dall’invio di armi ad un paese aggredito e’ stupido!