L’eucaristia è sacramento di dolcezza, di mitezza, di consolazione. Ma è anche sacramento di forza? A questa domanda la solennità del Corpus Domini ci aiuta a rispondere nel modo più positivo: l’eucaristia è un sacramento di forza, perché contiene in sé la potenza della risurrezione, e, quindi, la potenza di grazia e di gloria dell’intera storia della salvezza.
Forza dello Spirito
L’eucaristia è per eccellenza il sacramento da cui scaturiscono fiumi d’acqua viva: è il pane di vita dello Spirito (cf. Gv 6,48‑51; 1Cor 10,3). Lo Spirito lo troviamo all’inizio dell’eucaristia, perché ne è causa, e lo troviamo anche alla fine di essa, perché ne rende possibili i frutti.
È nella forza dello Spirito che l’eucaristia viene celebrata dalla Chiesa, ed è la forza dello Spirito che l’eucaristia diffonde nella Chiesa. Da un lato, lo Spirito ci dà l’eucaristia: «Il pane e il vino devono… attraversare il braciere della Pentecoste per uscirne corpo e sangue dell’Agnello immolato» (M. Magrassi); da un altro lato, l’eucaristia ci dà la forza dello Spirito: «Lo Spirito nel tuo pane, il Fuoco del tuo vino / Sublime meraviglia che le nostre labbra hanno accolto. Nel pane mangiamo Fuoco e troviamo vita» (s. Efrem, Inno De Fide X, 8).
Forza di rinnovamento
L’eucaristia apporta pienezza, fermento, dinamismo: è l’unico contatto reale della comunità come tale, e non solo dell’individuo, con l’umanità dei Risorto. È qui che il corpo ecclesiale in cui si è introdotti, per la rinascita nell’acqua e nello Spirito, vive il suo mistero di umanità nuova riconciliata. L’eucaristia ci disseta con la «bevanda di salvezza» e ci nutre con il «cibo di vita eterna» offerti dal Risorto, che è l’autore dell’eucaristia: il Cristo fa l’eucaristia, cioè muta il pane e il vino «in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose», e per la potenza della sua risurrezione» (Fil 3,21).
Forza di comunione
L’eucaristia ci rende un’unica cosa. Questo miracolo di comunione, che il sacramento maggiore della Chiesa compie, è destinato a durare e a diventare regola fondamentale della vita di comunione che i cristiani sono chiamati a vivere e a testimoniare.
Il progetto evangelico dell’unità sarebbe irrealizzabile se non intervenisse lo Spirito con la sua azione eucaristica. Noi mangiamo il pane e beviamo il vino trasformati dallo Spirito; così anche lo stesso Spirito fa di noi tutti un’unica cosa.
Nell’eucaristia si attua al massimo grado il nostro destino di grazia, che è la vocazione a un mistero di comunione: «Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio che è Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Rm 4,4‑6). L’eucaristia ci vuote uomini di comunione: segni credibili e costruttori efficaci di unità.
Forza di profezia
L’eucaristia ha la forza d’attrarre il futuro di gloria nel presente degli uomini e ha la forza di trasformare l’esistenza umana in vita di gloria. Nell’eucaristia, è il Signore che viene incontro, che dalla lontananza del futuro assoluto tende la mano, attira, fa morire il fedele a se stesso in una comunione di morte.
L’accusa ricorrente che gli uomini muovono contro Dio, perché la sua opera è intrisa di morte, tramuterà in una lode incessante, di cui la celebrazione eucaristica è il preludio. L’eucaristia annunzia un cielo, nel quale si vivrà d’intimità reciproca, quella di Cristo e dei suoi, degli uomini fra di loro, poiché l’eucaristia è il sacramento della fraternità, che fa di molti un corpo solo.
Il Regno sarà sempre un banchetto di nozze preparato per il Figlio (cf Mt 22,2), in cui si comunicherà al suo corpo, in cui si mangerà sempre quel pane, per la vita di risurrezione. L’eucaristia è il pane escatologico, il sacramento del banchetto eterno, la più bella parabola del cielo.
Forza di consolazione
La morte è umnamente terribile e rattristante. Di fronte ad essa si manifesta la debole capacità di consolazione da parte degli uomini. Di fronte alla morte d’una madre, nessuna condoglianza consola un figlio: tutto è troppo poco, troppo freddo, troppo debole.
La morte non può essere consolata, perciò resta sempre repellente per l’uomo che sente di essere fatto per la vita, resta sempre temibile per lui.
Il cristiano, fra le risorse più ricche della sua fede, trova anche un evento in grado di consolarlo di fronte alla morte della persona che ama di più e che umanamente non può essere che la madre. Questa causa di consolazione è l’eucaristia: nel vortice di grazia e di gloria della Pasqua, che l’eucaristia ricorda nel modo più efficace, la morte si trasforma radicalmente: il non senso che la connota da cima a fondo si muta in saggezza divina (cf. 1Cor 1,23‑25.30), la rottura diviene comunione, la solitudine si fa compagnia, la debolezza si tramuta in partecipazione, l’assenza è sostituita dalla presenza, la fine della vita incomincia ad essere nascita.
Forza di risurrezione
All’occhio della carne, la morte spezza i legami reciproci, strappa gli uomini gli uni agli altri. Ma per Cristo e i suoi è creatrice di vincoli e di presenza (cf. Gv 14,20). L’eucaristia, annuncio della morte di Cristo e proclamazione della sua risurrezione, ha caratteri festivi perché annunzia e inaugura ciò che l’amore umano può solo desiderare: porre rimedio allo strappo più brutale degli affetti umani, che è la morte, un evento umanamente «repellente» (Gaudium et spes, 18).
L’eucaristia trasforma la morte fino a farla diventare un evento festivo, che, fra i tanti sensi che esprime, contiene anche quello di una misteriosa fraternizzazione: la morte, trasformata dal lievito eucaristico, è una porta che immette in una vita nuova, nella quale si vive la comunione più intima e più rallegrante fra quanti ne partecipano.